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Marta Aidala
Chi sei e che tipo di vita vivi?Ho 29 anni e vivo a Liverpool, in Inghilterra. La vita mi ha portata qui ma non è il luogo che ho scelto come casa. Non so per quanto tempo ancora rimarrò, ma so che non è il posto in cui voglio lasciar scorrere gli anni. Vorrei sapere qualsiasi cosa, e qualsiasi cosa ai miei occhi è interessante. Potrei perdermi, anzi mi perdo, nei racconti delle vite degli altri, e non smetto mai di fare domande. Viaggio parecchio, il mio tempo libero è dedicato a questo. Viaggio per me è India, Nepal, Polonia, Somalia, ma anche la fattoria fuori città e il paesino “over the water”. Viaggio è ogni giorno, è niente e al tempo stesso tutto. Quando vivevo in Italia ero spesso a stare o a camminare in montagna. In passato ho arrampicato e sto ricominciando a frequentare le palestre indoor, nell’attesa di trovare qualcuno o qualcuna con cui tornare in falesia. Ma forse devo rassegnarmi e considerarlo è solo un tratto del passato, perché le montagne per me sono diventate altro. Chi mi conosce sostiene che quando salgo lassù mi si rasserena il viso, i miei movimenti si distendono, divento molto silenziosa e il mio tono di voce si abbassa. Non so se sia vero, ma lì mi sento a casa.
In che modo il tuo lavoro e le tue passioni riflettono chi sei? Come riesci a bilanciare le due cose? Ho il privilegio di fare un lavoro, anzi due, che rispecchiano la mia passione per la scrittura\lettura. Ritengo siano inscindibili, non le concepisco come due attività distinte. Mentre scrivo mi leggo e rileggo, riporto una mia lettura della realtà, della storia che sto raccontando e dei suoi personaggi e personagge. Anche leggere è un modo di scrivere, per suoni, immagini, sensazioni. Sfido a trovare due persone che hanno immaginato i personaggi di un romanzo allo stesso modo, il loro tono di voce, la maniera e gli spazi in cui si muovono. Per lavoro scrivo narrativa e articoli sui giornali, e nel frattempo sono anche impiegata come libraia. La scrittura è un mestiere solitario, e la sua bellezza è poterlo fare ovunque; lavorare come libraia, per quanto ami la solitudine, mi riporta al contatto col mondo e le persone, specialmente perché vivo da poco in un paese che non è il mio, e mi consente di poter parlare di libri e consigliarli.Questa sorta di equilibrio che ho trovato, è sbilanciato dal luogo in cui vivo. Dalla mia esperienza di rifugista, ho capito che le montagne sono il luogo del mio stare, e in cui spero di tornare il prima possibile. Non è un atteggiamento di posa o fantasticherie, ma consapevolezza. Avendola vissuta ogni giorno in ogni sua stagione so cosa significa non andare e tornare, ma restare. Per me non è “fuga”, un luogo altro in cui si scappa dalla città. Vedo piuttosto la città come transizione, uno spazio provvisorio da attraversare. In Inghilterra il concetto di “montagna” è totalmente diverso. Noi – o perlomeno io, torinese cresciuta a un tiro di schioppo dalle valli - siamo abituati a concepire la montagna come Alpi, magari Himalaya. Usiamo il termine “montagna” in maniera univoca, quando ogni valle e ogni geografia hanno una montagna diversa dalle altre, a livello orografico, geologico, climatico, di tradizioni. La montagna più alta del Regno Unito, in Scozia, è il Ben Nevis, 1345 m, con un clima e una conformazione non paragonabile ad altitudini simili sulle Alpi italiane. È questo l’unico modo per ribilanciarmi. Scoprire le montagne di qui.
Qual è il ritmo della tua vita?Umorale, dipende dalle giornate. Potendo gestire il mio lavoro e il mio tempo, sono io a imporre la frenesia e a scandire il tempo. Ho dei momenti cardine, che sono quelli dedicati allo yoga (mattina appena sveglia e sera prima di dormire), e almeno un’ora per camminare. Tutto il resto si costruisce attorno, in base ai turni in libreria, al tempo per scrivere o per leggere (che fa parte del lavoro di scrittura. Senza leggere non si scrive, e talvolta leggo anche romanzi e saggi che devo recensire o che mi servono per degli articoli). È un privilegio di cui sono cosciente. Se potessi congelare un momento della tua giornata, quale sarebbe? Quando ti senti più a tuo agio?Non saprei. Camminare, leggere e scrivere sono il mio elemento, ma per me è fondamentale il luogo e lo spazio in cui questi elementi vengono compiuti. Pensando alla vita di ogni giorno, credo il momento in cui mi allaccio le scarpe (sempre e rigorosamente comode e sportive), perché mi restituisce il gesto della partenza.Per te, cosa significa tempo ben speso?Il tempo in cui rimango nel presente, e non mi proietto né al futuro né al passato. In cui penso al dove sono, non a dov’ero e dove sarò.
Che ruolo ha il movimento nella tua vita?È una richiesta che il mio corpo mi richiede di soddisfare e senza il quale mi sento incompleta. Se durante il giorno non mi sono mossa abbastanza divento di cattivo umore, alla sera faccio fatica a dormire. Negli ultimi anni ho cambiato molto le mie abitudini di movimento. Durante il tour di presentazione del romanzo, durato quasi otto mesi, muovermi era diventato difficile. Mi spostavo da una città all’altra ogni giorno, sempre in treno, e al mattino seguente ripartivo. Non avevo tempo per arrampicare, e solo se non avevo da lavorare riuscivo a ritagliarmi qualche ora prima delle presentazioni per fare una passeggiata. Ne ho sofferto moltissimo, ero sempre in movimento ma mi sentivo ferma. Cambiare casa – e nazione - non mi ha aiutata, ho impiegato un po’ di tempo per ricostruire delle sane abitudini di movimento. Il movimento per me non è inteso solo come attività sportiva, ma come moto del corpo. Un mestiere come la cameriera, che ho praticato per anni, alla lunga è logorante come orario e stile di vita, ma ricordo che la parte che amavo di più era quella del non stare mai ferma, del percepire i muscoli del mio corpo sempre caldi. Scrivere è un lavoro statico, in cui è il pensiero che lavora. Ma al tempo stesso si scrive di corpi, i personaggi di un romanzo o di un racconto hanno una fisicità che è fondamentale per la narrazione. Il corpo è e deve essere concreto anche in letteratura. Muovermi, in qualsiasi accezione, compresa quella sportiva, è ciò che mi riporta alla connessione di mente e corpo.Che tipo di movimento ristabilisce l'ordine nella tua mente? Camminare. I miei pensieri sono strettamente legati ai miei piedi, con cui sento una connessione profondissima. Durante l’adolescenza e fino ai 24 anni, per spostarmi in città utilizzavo la bicicletta. Dopo un’influenza molto debilitante, i primi giorni ero troppo debole per pedalare, ho cominciato ad andare al lavoro a piedi e da allora la mia fedele compagna di avventure è rimasta parcheggiata alla rastrelliera del cortile. Ogni mattina esco per camminare, è un modo non solo per mettere in moto il mio corpo, ma anche la mia mente e i miei pensieri. Ho le cuffiette nelle orecchie ma non faccio partire la musica, non so perchè. C’è un percorso che amo molto. Costeggia il Mersey, parte dal centro città e se la si percorre fino in fondo sono circa 12 chilometri (andata e ritorno) e arriva fino a un parco. Incontro solo qualcuno che porta a spasso il cane o che va a correre. Non si sentono i rumori del traffico o della città, solo il vento (qui è una presenza costante), il rumore dell’acqua e delle barche. Ogni tanto, arriva anche un leggero sentore di mare. Non è un bosco, o un sentiero in quota, ma dall’altro lato del fiume c’è la campagna, e se non è troppo nuvolo si scorgono i profili di Snowdonia. Preferirei essere in un bosco, o su una pietraia. Ma cerco di prendere il meglio da ciò che posso avere ogni giorno.
Cosa significa per te semplificare: nella vita, nel lavoro, nel modo di vestire? Non so bene come rispondere a questa domanda. Mi ha fatta riflettere sullo stile di vita che porto avanti, e credo sia già semplice di per sé. Non per volontà, ma per essere. Non sono una persona che ha bisogno di molto, e non provo invidia o frustrazione per ciò che “non posso avere”, molto spesso nemmeno lo desidero. Compro pochissimi vestiti, tinta unita e molto sobri. Cerco capi pratici, perché ho bisogno di sentirmi sempre comoda, e che mi facciano stare a mio agio nel mondo. Linee pulite, tagli semplici, poche stampe. Anche il modo in cui mangio è semplice: da anni sono vegana, e cerco di seguire la stagionalità dei prodotti – anche se ahimè, in Inghilterra è quasi impossibile – rifuggo i cibi processati. Mangio principalmente verdura, frutta, legumi, cereali. Ma forse la più grande forma di semplificazione che ricerco ogni giorno è nella scrittura. Vorrei che chiunque capisse ciò che scrivo, e ritengo che l’italiano sia una lingua perfetta, che esista una parola per esprimere l’ogni. “Semplificare”, in questo caso, è sinonimo, seppure più leggero, per “scarnificare”: ridurre all’osso, togliere l’orpello, rifuggire gli aggettivi, molto spesso insiti nel significato di un verbo, se si sceglie quello giusto.
Se dovessi descrivere la tua vita con una sola parola, quale sarei e perché? Se dovessi descrivere la mia vita fino a ora, credo che la parola sarebbe “istinto”. Per prendere le decisioni non seguo la testa o il cuore, ma la pancia, e così è la mia scrittura, arriva dalla bocca dello stomaco. Ho sbagliato tanto, lo ammetto ma non mi pento delle mie scelte. Non voglio accumulare rimpianti, e nemmeno rimorsi. Se dovessi descrivere la mia vita adesso, sarebbe “cambiamento”.C’è una frase, in “Patria” di Fernando Aramburu: “Ci sforziamo di dare un senso, una forma, un ordine alla vita, e alla fine la vita fa di noi quello che le va.”Sembra banale, eppure non lo è affatto. Dopo averla letta non credo di aver cambiato repentinamente il mio modo di guardare avanti, ma se prima volevo cercavo di controllare il futuro, senza rendermene conto l’ho lasciato andare. Ho degli obbiettivi e una direzione che seguo, ma se la strada a un certo punto curva in maniera inaspettata, ho imparato a segurine l’andamento avere un po’ meno paura.
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