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Dove comunità e foreste 
intrecciano un unico destino.

By Valeria Margherita Mosca


Nelle isole Ryūkyū meridionali, dove le mangrovie respirano con le maree e le foreste pluviali scivolano nel mare, Valeria Margherita Mosca esplora un’antica intimità tra gli esseri umani e il mondo vivente che ancora resiste.

Il suo viaggio attraverso Iriomote e Ishigaki è stato un tentativo di ascoltare questo fragile equilibrio, in cui piante, rituali ed ecosistemi parlano la stessa lingua ancestrale.

Mi chiamo Valeria Margherita Mosca e sono un’antropologa culturale specializzata in etnobotanica, wildlife conservation e partnership studies. Da anni dedico la mia vita all’osservazione, allo studio e alla tutela degli ecosistemi naturali e delle culture che con essi coevolvono.

Recentemente ho intrapreso un viaggio nell’arcipelago delle Ryūkyū meridionali, tra le isole di Iriomote e Ishigaki, nel cuore del Pacifico subtropicale giapponese. Un viaggio di ricerca sul campo, con l’intento di comprendere come le comunità indigene di queste isole abbiano intrecciato per secoli la propria identità spirituale alle piante, ai fiumi, alle maree e alle foreste pluviali.


Habitat di frontiera: dove la giungla incontra l’oceano

Appena arrivata a Iriomote ho avuto la percezione fisica di trovarmi su un margine biologico primordiale. Qui la foresta pluviale subtropicale scende fino al mare senza soluzione di continuità. Le montagne, ricoperte da una vegetazione densa e stratificata, rilasciano acqua dolce in una rete di fiumi sinuosi che sfociano in estese foreste di mangrovie.

Il clima è caldo e saturo di umidità. Le felci arborescenti, le palme Livistona, i ficus e le liane costruiscono una struttura tridimensionale che ospita rettili, anfibi, insetti e uccelli endemici.
Le mangrovie, in particolare Bruguiera e Rhizophora, creano un ambiente anfibio sospeso tra acqua salmastra e terra, dove le radici emergono dal fango per respirare e stabilizzano le coste contro tifoni e mareggiate.

A Ishigaki la costa si apre su barriere coralline di straordinaria ricchezza. L’oceano è un mosaico di turchesi e blu profondi. Le praterie di fanerogame marine e le lagune coralline ospitano una biodiversità che collega direttamente il Pacifico tropicale al Giappone continentale, creando un ponte ecologico di grande valore biogeografico.

«Ogni metro quadrato di foresta è una rete complessa.
Niente è isolato. Ogni organismo è parte di un ampio sistema di relazioni.»

I fiumi di Iriomote e le nursery naturali degli squali toro


Una delle esperienze più intense è stata la navigazione silenziosa lungo il fiume Urauchi, il più lungo di Iriomote. Questi corsi d’acqua sono corridoi ecologici complessi che funzionano come nursery naturali per gli squali toro, Carcharhinus leucas.

Lo squalo toro possiede una capacità osmoregolatrice che gli consente di risalire acque dolci per chilometri. Le giovani generazioni trovano nei fiumi torbidi e nelle mangrovie una protezione naturale contro i grandi predatori marini. Qui crescono nutrendosi di pesci e crostacei estuarini, in un equilibrio delicato tra acqua dolce e salmastra.

Muovermi in kayak in quelle acque brune, circondata da pareti di vegetazione tropicale, è significato per me attraversare un sistema interconnesso in cui mare, foresta e fiume sono parti di un’unica matrice vivente.


Le molte vite della foresta subtropicale


Camminando nei sentieri fangosi di Iriomote ho percepito quanto la biodiversità reale sia fatta soprattutto di presenze silenziose. Tra le chiome si muove il rarissimo gatto di Iriomote, Prionailurus bengalensis iriomotensis, sottospecie endemica e simbolo fragile dell’isola. Nei sottoboschi vive l’habu, Protobothrops flavoviridis, serpente venerato e temuto. Nei corsi d’acqua prosperano granchi violinisti, gobidi anfibi e una moltitudine di insetti impollinatori.

Ogni metro quadrato di foresta è una rete trofica complessa. Le termiti decompongono il legno morto, i coleotteri riciclano la materia organica, i pipistrelli impollinano fiori notturni.

Nulla è isolato, ogni organismo è parte di una relazione più ampia.

«Le fotografie d’archivio dei riti delle isole Yaeyama mostrano un’armonia profonda tra persone e natura, una consapevolezza del limite che oggi stiamo perdendo»

Antropologia dell’intimità tra piante e ritualità

Solo dopo aver osservato l’habitat ho potuto iniziare a comprendere la cultura locale. Le popolazioni delle isole Yaeyama, parte dell’antico Regno delle Ryūkyū, conservano cosmologie animiste in cui le piante non sono risorse ma entità dotate di agency spirituale. I boschi sacri, gli utaki, sono spazi rituali dove ancora oggi si praticano cerimonie di ringraziamento agli spiriti della natura.

Ho assistito a un rituale guidato da una sacerdotessa locale, figura che richiama le antiche noro delle Ryūkyū. Il rito consisteva in offerte di riso, sale, awamori e rami verdi deposti ai piedi di un albero secolare. Il gesto era semplice e misurato, ma denso di significato. Molte piante medicinali subtropicali vengono raccolte seguendo calendari lunari e principi di reciprocità. Non si preleva mai senza restituire, non si taglia mai senza una formula di ringraziamento. Le conoscenze etnobotaniche locali includono foglie antisettiche, radici digestive, cortecce febbrifughe, ma soprattutto un sistema etico che regola l’interazione con il mondo vegetale. La natura non è concepita come ambiente esterno, bensì come rete di relazioni parentali.


Conoscere per preservare: le isole come culla di riti ancestrali

In questo viaggio mi ha colpita la continuità culturale che lega comunità, foreste e coste. A Iriomote e Ishigaki i rituali ancestrali non sono folklore, ma sistemi ecologici: un modo per trasmettere il rispetto quotidiano verso l’ambiente.

Preservare questi luoghi significa proteggere sia habitat unici sia un patrimonio immateriale di gesti, canti e saperi. Le fotografie d’archivio dei riti delle isole Yaeyama mostrano un’armonia profonda tra persone e natura, una consapevolezza del limite che oggi stiamo perdendo.

Studiare queste pratiche non idealizza il passato: ci ricorda che esistono culture capaci di insegnarci la reverenza. Entrare in questi paesaggi significa ascoltare; proteggerli significa custodire un sapere. Forse proprio qui possiamo ritrovare un modo più equilibrato di abitare la Terra.

Conosci l'autrice

Valeria Margherita Mosca

Valeria Margherita Mosca è la più importante forager sul panorama italiano, antropologa culturale specializzata in etnobotanica e ambientalista.

Laureata in Conservazione dei Beni Antropologici, fonda nel 2010 Wood*ing - wild food lab, il più importante laboratorio di ricerca sull’utilizzo del cibo selvatico per l’alimentazione umana e fucina di progetti per la tutela della biodiversità e la cooperazione con l’ambiente.

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