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Nives Meroi e Romano Benet
I conquistatoridell'Inutile.
Riflessioni sul perchè scaliamo le montagne
Perchè scaliamo le montagne?Il grande Lionel Terray diceva che gli alpinisti sono i “conquistatori dell' inutile”. In effetti non c’è niente su una cima, c’è solo la Terra che finisce.Scalare montagne è anche un'attività anti economica per l'organismo perché viene esposto a rischi e dispendi energetici a volte estremi. Oltre gli 8000 metri poi, in quella che viene chiamata “zona della morte”, un individuo – uno che sale senza bombole di ossigeno - anche se è in condizioni perfette non sopravvive più di due, tre giorni al massimo.Quindi perché scalare montagne? Secondo me la storia di una sconfitta si presta meglio a spiegarlo.E allora comincio dalla mia prima spedizione a un Ottomila; risale al secolo scorso.
Sul K2Eravamo in undici e volevamo salire una via in parte nuova sul versante nord del K2, il versante quasi sconosciuto della “montagna degli italiani”. Sapevamo che in una zona così remota non avremmo dovuto affrontare solo le difficoltà dell’avvicinamento alla montagna, quelle della scalata, i pericoli, il rischio della zona della morte.Là, per quasi due mesi, saremmo stati completamente soli. Soli e isolati. Senza un telefono satellitare, senza collegamenti, senza sapere se il mondo, fuori, esisteva ancora.Per cinquanta giorni avremmo vissuto dentro il mondo come era prima; e come sarà dopo, quando noi umani avremo tolto il disturbo.Con un paio di settimane di cammino eravamo arrivati ai piedi della montagna e, dopo un altro mese di salite progressive in quota, il 31 luglio eravamo pronti per tentare la cima. In cordata d’avanscoperta eravamo in tre: Romano, Filippo e io.Dopo un ultimo bivacco a settemila e otto, eravamo partiti in un’alba glaciale. Le difficoltà erano impegnative per quelle quote: 70° su ghiaccio, quinto grado su roccia.I nostri erano i primi passi umani a toccare quel bianco intatto da sempre. Alle 14, arrivati a ottomila quattrocentocinquanta metri, scoprimmo che la nostra via finiva lì: su una torre staccata dalla parete, a centocinquanta metri dalla cima. Allora non c’erano le immagini di Google Earth, né i droni da mandare su a dare un’occhiata.Ricordo che gli altri due avevano alzato le spalle e chiuso la faccenda con un: “Be’, ci abbiamo provato”. La mia reazione non era stata così elegante. Quella è stata la prima lezione che la montagna mi ha dato:“Accogli il fallimento, senza scoraggiarti.”
Quel sentimento che ci rende umani.Mi ci è voluto un bel po’ per mandare giù il rospo; proprio non capivo perché fosse finita così: mancavano centocinquanta metri, stavamo bene, era presto, le condizioni erano buone. Una beffa.Ma è da quella beffa che sono cominciati i nostri vagabondaggi per gli Ottomila, miei e di Romano. E non per sfida o per ripicca, ma per curiosità: per la voglia di rimetterci in gioco e continuare a esplorare.La curiosità ce l’abbiamo in dotazione tutti, dalla nascita, e non smette mai di stuzzicarci. E quando ci acchiappa non abbiamo paura a voltare le spalle alle sicurezze e partire. O meglio, magari la paura c’è: la paura dell’ignoto, la paura di perderci, ma la accettiamo come una compagna di viaggio. E così siamo andati avanti, in un’altalena di successi e fallimenti, e gli anni sono volati. Spedizione dopo spedizione, la montagna me ne ha date altre di lezioni, utili non solo per scalare.Mi ha insegnato l’economia del gesto e del pensiero, mi ha dimostrato la forza della pazienza, quella dell’umiltà; mi ha dato la consapevolezza che la libertà comporta disciplina e responsabilità condivise.E poi lassù, nella zona della morte, ho sperimentato la forza che nasce dal salire insieme verso una cima. Perché è proprio quell’energia che ci ha permesso di resistere a bufere, ostacoli, incertezze, fino a cogliere quegli attimi di possibilità che, a volte, hanno sparigliato le carte di partite che ormai sembravano perse.E così c’è anche questo che ho imparato lassù: che nessuna impresa viene realizzata da soli e che l’alleanza è la formula più forte che esiste in natura. A ottomila metri, come a livello del mare.Scalare montagne non produce niente di concreto: è solo il piacere di un lusso semplice e fine a se stesso. Ma anche disegnare un paesaggio, cantare una canzone, raccontare una storia… anche quelli sono lussi inutili che non producono profitt.Forse servono soltanto ad accendere nell’anima quel sentimento che ci rende umani.
Preparati all'avventura.
Incontra l'autrice
A diciott'anni ci siamo legati in cordata e abbiamo cominciato a gironzolare insieme sulle Alpi Giulie, quelle cime intorno a casa che potevamoraggiungere in motorino o in autostop.
La nostra è una vasta attività che spazia dalle scalate su roccia delle Alpi, alle cascate di ghiaccio, alle “invernali”, come la prima salitadel “Pilastro Piussi” al Piccolo Mangart di Coritenza e quella alla “Cengia degli Dei” sullo Jof Fuart.
Col tempo il nostro amore per la montagna ci ha spinti a esplorare orizzonti lontani, nell'aria rarefatta del Sud America, dell’Himalaya e il Karakorum, con un alpinismo by fair means: senza l'ausilio di ossigeno supplementare, portatori d'alta quota e campi prefissati.
Uno stile leggero e pulito, in un confronto onesto la montagna e con noi stessi.
L' 11 maggio 2017, con la salita dell’Annapurna, io e Romano abbiamo chiuso la nostra “collana dei 14 Ottomila”. Prima cordata al mondo ad averli saliti insieme.
Nonostante il traguardo raggiunto il nostro cammino prosegue.
Nel 2023, con la salita dell'inviolato versante ovest del Kabru South di m7318.
E nel 2025 con quella del Kabru Main di m.7412, di nuovo lungo il versante ancora inesplorato.
Entrambi facciamo parte del Club Alpino Accademico Italiano.
E nel 2016 siamo stati insigniti del King Albert Award
L'8 marzo 2010 io sono stata insignita dal Presidente della Repubblica, dell'onorificenza di Commendatore.
E nel 2024 ho ricevuto il Piolet d'Or, Menzione speciale per l'alpinismo femminile.