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Il sogno del Grand Capucìn
Il Grand Capucin, maestoso obelisco di granito che si innalza a quasi 4.000 metri nel cuore del massiccio del Monte Bianco, rappresenta una sfida che richiede il massimo da ogni alpinista. Per l'Ambassador Montura Urko Carmona, le sue pareti verticali e le vie impegnative sono più di una meta da sogno: riflettono la sua filosofia di vita, in cui l’arrampicata non è solo uno sport, ma una ricerca di libertà e un modo di vivere pienamente il presente.
Una salita immaginata, un'impresa realeL’ascensione al Grand Capucin non figura nel mio palmarès ufficiale, ma quando mi rivedo su quella cima ripercorro un’ennesima storia di impegno e perseveranza.
La salita non comincia ai piedi della parete, dove il silenzio del ghiacciaio è rotto solo dal vento e dal crepitio del ghiaccio sotto i ramponi e le stampelle. Comincia quattro giorni prima, dopo aver scalato diverse vie in autonomia con il mio compagno Guillermo Forte sulla parete dell’Aiguille de Blaitière.
Decidiamo di spostare il campo e puntare all’obiettivo più ambito: il Grand Capucin. Sbarchiamo a Punta Helbronner, ci equipaggiamo, ci leghiamo in cordata, carichiamo pesanti sacchi con l’essenziale e percorriamo la sottile traccia sul ghiacciaio per oltre due chilometri e mezzo.
Ogni passo è una prova di equilibrio ed esperienza: la perdita di una gamba non è un ostacolo, ma una condizione che mi spinge a perfezionare la tecnica, trovare nuovi equilibri e rafforzare la fiducia nelle mie forze.
La danza del granito: la via “Les Suisses”L’aria è sottile, tagliente, quasi pungente. Sento la pressione dell’imbrago e il freddo della roccia sotto le dita. Il Grand Capucin si erge davanti a noi come un titano di granito, austero e maestoso. La mente si svuota, concentrata solo sul prossimo appiglio, sul movimento successivo.
Ho imparato a leggere la roccia in modo diverso: non come una limitazione, ma come un dialogo continuo con la montagna. Quando la parete diventa verticale, il mondo si restringe alla roccia. Tutto il resto svanisce — il rumore della città, i pensieri, le preoccupazioni. Rimangono solo la montagna e la cordata. Ogni minima asperità diventa un prezioso appiglio; ogni movimento è un confronto con la gravità.
Un passaggio particolarmente tecnico rimane impresso nella mia memoria: roccia scivolosa, appigli minimi, la voce del mio compagno che incoraggia. La gamba amputata si muove libera, mentre il corpo cerca la tensione perfetta per il passo successivo. In quell’istante sento la vera libertà — non l’assenza di limiti, ma la capacità di superarli.
E poi, la cima. Un sorriso, il sole, l’immensità del massiccio del Monte Bianco che si apre tutt’intorno. Non è una vittoria sulla montagna, ma con la montagna. Lei ci ha accolti, e noi le abbiamo risposto con rispetto e dedizione.
Oltre la vettaOgni appiglio, ogni movimento rappresenta il culmine di un lungo percorso di adattamento e crescita. Non è solo arrampicata, ma una danza con la gravità — una testimonianza della resilienza umana. Seduto in vetta, guardo l’orizzonte e i miei pensieri si fanno chiari. Ripeto il mio mantra: “Vita semplice, pensiero elevato.”
In quel momento tutto acquista senso. La vera cima non è la roccia conquistata, ma il viaggio interiore che mi ha portato fin lì — un percorso di accettazione e superamento. E so che, anche se la discesa sarà difficile, la sfida più importante è già stata vinta. Ho imparato che passione e perseveranza sono le corde più forti per scalare qualsiasi parete che la vita ci ponga davanti. Le vette più alte non sono sempre quelle geografiche, ma quelle raggiunte con il cuore.
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