Il tuo carrello
Spedizione gratuita sopra €100
€100 rimanenti
Il tuo carrello è vuoto
Scopri le nuove occasioni del nostro Outlet. Acquista ora!
Entra nella community Montura con la nostra Newsletter!
Spedizione gratuita sopra i 100€ - resi gratuiti
Seleziona paese
La spedizione è attualmente effettuata a Italia e l'ordine sarà fatturato in EUR €.
Paese/Area geografica
Lingua
SUGGERIMENTI
PAGINE
PRODUCT CATEGORIES
RESULT FOR:
Start SEARCHING for a NEW WAY…
Egoland
Un’ascesa straordinaria su una delle linee più impegnative delle Dolomiti.
Prima Parte.Eredità.
Per quasi due anni sono stato completamente immerso in un progetto impegnativo e profondamente personale: aprire la mia palestra di arrampicata a Lleida. Questo progetto ha richiesto tutte le mie energie e la mia attenzione e, durante quel periodo, mi sono allontanato dalle grandi spedizioni e dalle avventure più importanti.A un certo punto, però, ho sentito crescere dentro di me il bisogno di riconnettermi con la mia essenza, con ciò che mi fa sentire davvero vivo. Questa spinta interiore mi ha riportato verso le grandi montagne delle Alpi italiane, e più precisamente sulla Marmolada, nel cuore delle Dolomiti.Per me, la Marmolada rappresenta l’espressione più pura dell’avventura. È la culla dell’arrampicata tradizionale su vie lunghe, plasmata da un’etica rigorosa e senza compromessi: protezioni minime, massima responsabilità e una ricerca costante della difficoltà. È un luogo intriso di storia, dove impegno ed etica definiscono il vero spirito dell’arrampicata.Ho scelto la Marmolada per tutto questo - e ancora di più ho scelto Egoland, una linea che incarna perfettamente ciò che, secondo me, dovrebbe essere la vera arrampicata d’avventura.
Egoland è una via di 500 metri, valutata 8c/+, considerata da molti la prima via multipitch “moderna” sulla Marmolada. Per “moderna” intendo che i primi quattro tiri sono chiodati a spit - l’unico modo per poterli scalare in libera, dato che la roccia non offre possibilità di protezioni naturali.
Al di sopra di questi tiri, però, il carattere della via cambia completamente. Le protezioni fisse diventano rare, lasciando spazio a lame, friend e occasionali spuntoni di roccia. L’arrampicata si fa molto più impegnativa, con lunghi tratti esposti nella parte alta della parete, dove le protezioni sono minime e spesso incerte.
Per me, la vera essenza di Egoland sta proprio in questa combinazione unica di difficoltà estrema e impegno totale. Nei tiri superiori le protezioni quasi scompaiono e ci si trova costretti ad avanzare quasi d’istinto, leggendo la roccia e affidandosi all’intuizione per trovare la linea giusta.
Ed è proprio qui che risiede il vero rischio: basta una minima deviazione per trovarsi nell’impossibilità di proteggersi o di tornare indietro. Un’esposizione di questo livello richiede una presenza mentale assoluta. Ed è esattamente questo che rende Egoland così straordinaria.
Questa salita, però, è stata diversa fin dall’inizio. Per la prima volta, il mio compagno abituale - mio padre - non era con me. Sia dal punto di vista atletico che personale eravamo una squadra incredibilmente solida. Non abbiamo mai abbandonato un progetto: portavamo sempre tutto fino in fondo.Non servivano nemmeno le parole - bastava uno sguardo per capirci. E le nostre risate nei momenti più duri e complicati sono qualcosa che porterò sempre con me.Ma il tempo passa. Quest’anno mio padre compirà 74 anni e l’intensità di quella fiamma sta lentamente diminuendo. Accettarlo non è facile.
Allo stesso tempo, l’arrampicata è sempre stata condivisione. È una delle cose che amo di più: un gesto sociale, arricchito dalle amicizie e dalle persone che incontri lungo il cammino. Non scalare con il mio compagno di sempre è diventata così un’opportunità per aprirmi a nuovi incontri, costruire nuovi legami e immaginare nuove cordate, unite da passione, umiltà, resilienza e motivazione.
Seconda Parte. Resistenza.
Poco prima di partire, un incidente ha rischiato di compromettere tutto. Mi sono schiacciato il dito medio con un martello, rompendo i capillari e causando un’emorragia interna, gonfiore e la completa immobilità del dito. Un periodo di riposo era inevitabile. Nonostante ciò, ho continuato a viaggiare, sfruttando quel tempo di recupero per riallacciare i contatti sul territorio, coltivare relazioni personali e lavorare. Si è rivelata una pausa inattesa, ma preziosa.Quando il dito ha iniziato a migliorare, sono tornato ad arrampicare troppo presto. L’infortunio si è riaperto, costringendomi a un’altra settimana completa di stop. Due settimane consecutive senza scalare hanno messo seriamente a rischio il progetto.Non ero in forma - era evidente. E, per la prima volta, il fallimento è diventato una possibilità concreta. Eppure, proprio questa vulnerabilità ha trasformato la sfida in qualcosa di più profondo. A quel punto esisteva una sola strada possibile: provarci.
Il meteo era ostile - pioggia, freddo e una parete che è rimasta bagnata per settimane. Ma gli imprevisti fanno sempre parte dei grandi progetti e, col tempo, ho imparato ad accoglierli.Invece di combattere le condizioni, ci siamo adattati. Ci allenavamo quando possibile al Vertik Dolomites, dove ci sentivamo completamente a casa, e abbiamo imparato ad avere pazienza. Restare mentalmente forti durante quell’attesa è stato fondamentale, perché quando finalmente si è aperta la finestra giusta, dovevamo farci trovare pronti.Quei giorni lenti hanno creato spazio per le relazioni. Il rifugio è diventato una seconda casa - una straordinaria famiglia di montagna, dove lavoro, valori e tradizione si tramandano di generazione in generazione. Abbiamo condiviso momenti che porterò sempre con me, insieme agli arrampicatori locali che passavano durante le brevi pause di bel tempo.L’attesa è diventata parte della salita.
Terza Parte.Dedizione.
Con l’intensificarsi del progetto, la fatica fisica ha iniziato ad accumularsi. Il ginocchio di Juan Pablo ha cominciato a dare problemi e temevo di spingerlo troppo oltre il limite. È stato allora che ho invitato Marcello Bombardi, forte climber italiano e amico di lunga data fin dai tempi delle competizioni. Ha accettato senza esitazione.Sapevo che c’era la concreta possibilità che Marcello riuscisse a salire la via prima di me. Ma non era importante. Anzi, in un certo senso mi ha spinto a migliorare ogni giorno, a dare il meglio di me stesso. Chi sarebbe arrivato per primo è diventato un dettaglio secondario.Abbiamo iniziato il tentativo dal basso, alternandoci da capocordata. Quando siamo arrivati al tiro chiave, l’8c/+, era il mio turno. Sono caduto vicino all’uscita per un piccolo errore. Marcello è salito dopo di me e lo ha liberato.Ho riprovato, ma a metà tiro mi si è riaperta la ferita al dito. Il sangue e il dolore mi hanno costretto a fermarmi. In quel momento ho scelto di sostenere completamente Marcello, alternandomi con lui fino alla vetta.Ho provato una gioia sincera per il suo successo - e allo stesso tempo il peso del mio fallimento.
I fallimenti insegnano lezioni che il successo non potrà mai dare. La chiave sta in come li affronti emotivamente: possono diventare carburante per migliorare oppure scuse per smettere.Negli anni delle competizioni ho imparato che la vittoria arriva solo dopo aver imparato a gestire la sconfitta. Quando le cose vanno male, fa male - ma è proprio quel dolore a portare chiarezza. È lì che iniziano l’adattamento, il cambiamento e la crescita.Sono rimasto concentrato. Sono tornato ad allenarmi. Per quasi due settimane mi sono allenato da solo, in silenzio, aspettando il momento in cui mi sarei sentito davvero pronto.E infine, ce l'ho fatta. Ho scalato ogni tiro dalla base fino alla vetta, da capocordata, liberando l’intera via per la prima volta nella storia.La stanchezza, mentale e fisica, era enorme. Ho dovuto dare tutto quello che avevo per riuscirci. Dalla base alla vetta, da primo di cordata - esattamente come l’avevo sognato, come l’avevo immaginato e come sentivo di dover fare.
Preparati alla prossima scalata
Incontra l'autore
Edu Marìn Garcia
Edu Marín è un climber spagnolo riconosciuto per i suoi risultati sia nell’arrampicata sportiva che sulle vie multipitch più impegnative.Cresciuto in una famiglia di arrampicatori, ha iniziato la sua carriera nelle competizioni per poi dedicarsi progressivamente all’arrampicata su roccia, dove si è fatto notare affrontando linee di estrema difficoltà, sempre con una forte attenzione all’etica, all’impegno e allo spirito di avventura.
Something newis coming back.
YOURLIFELINEIN THE ELEMENTS