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La Cima

Tra le pareti delle Dolomiti l’arrampicata diventa metafora di un cammino interiore, dove superare il limite non è una conquista, ma un atto di condivisione profonda.

La Cima, di Simone Cargnoni

Nicolle, Kevin e Gianluigi provengono da contesti diversi e portano con sé storie e corpi differenti, ma nell’arrampicata scoprono un percorso comune che li conduce verso l’alto. Si incontrano grazie a Brenta Open, progetto ideato dall’alpinista Simone Elmi con l’obiettivo di rendere le Dolomiti accessibili a tutti.

Il documentario li segue tra quotidianità e preparazione atletica, momenti di fatica e slanci di entusiasmo, intrecciando le loro storie personali con la forza visiva delle Dolomiti. Il racconto raggiunge il suo culmine nella scalata di gruppo, dove la ricerca del superamento del limite diventa un’esperienza collettiva: una forma di spiritualità semplice e concreta, fatta di mani che si tendono, passi che si compiono insieme e silenzi che aprono a riflessioni interiori.

La vetta diventa così il simbolo di un cammino che non cerca solo una meta, ma un senso più profondo di condivisione.

Informazioni sul film

Regia e sceneggiatura: Simone Cargnoni
Direzione della fotografia: Simone Cargnoni, Sebastiano Luca Insinga
Titolo internazionale: The Summit
Paese di produzione: Italia
Anno di produzione: 2026
Durata: 52 minuti
Formato di ripresa: 2K
Lingue: Italiano
Sottotitoli: Italiano, Inglese

Nota del regista


La Cima nasce da un’urgenza semplice: restituire la montagna come spazio reale di confronto, non ideale. Un luogo dove ogni gesto è il risultato di un equilibrio tra corpo, ambiente e relazione con gli altri.

Nicolle Boroni, Kevin Ferrari e Gianluigi Rosa affrontano la montagna con un arto in meno, ma non ci interessa costruire un ritratto eroico della disabilità. Il nostro sguardo vuole restare vicino ai protagonisti, al loro modo di vivere la montagna e la vita.

La disabilità non viene mai sottolineata o spiegata: è parte del racconto perché è parte delle persone che lo attraversano, ma non ne è il centro.

L’intenzione del film è osservare questa esperienza senza retorica, evitando qualsiasi estetica eroica o patetica.

La regia punta a un linguaggio diretto, essenziale. Le riprese alternano la fisicità dell’azione – in parete, su ghiaccio, in falesia – a momenti sospesi, di attesa o di silenzio, in cui la montagna impone il proprio ritmo.

Le riprese dei protagonisti nella loro vita quotidiana sono di pura osservazione e servono ad avvicinarci alla parte più intima e familiare dei personaggi.

Il suono è un elemento narrativo centrale. Il vento in quota, il suono ovattato dei passi sulla neve, il tintinnio metallico dei moschettoni: ogni dettaglio sonoro contribuisce a immergere lo spettatore nell’ambiente, rendendo tangibile lo spazio della scalata.

La musica, quando presente, è per lo più diegetica o minimale, lasciando spazio alla fisicità del suono naturale.

Le interviste, girate in studio, sono costruite come spazi di ascolto. Non cerchiamo testimonianze, ma riflessioni. La scelta di un set neutro serve a togliere ogni distrazione e a dare valore alla parola.

Il montaggio incrocia le tre storie personali dei protagonisti con immagini d’archivio delle scalate di Brenta Open, restituendo un doppio movimento: intimo e collettivo.

La montagna, in questo film, non è solo un luogo geografico, ma un paesaggio interiore. Il documentario non cerca di rispondere alla domanda su cosa significhi “arrivare in cima”, ma la rilancia, attraverso le voci e i corpi di chi, scalando, ridefinisce il proprio rapporto con il limite.

La vetta diventa così un luogo simbolico, una soglia che cambia per ognuno.