Films

Per Silenzio
e Vento.

Un viaggio interiore dello scrittore Matteo Righetto tra le vette dolomitiche, dove l’alpinismo smette di essere sfida per farsi ascolto, trasformando il silenzio della montagna in una voce e guida verso una nuova consapevolezza ecologica e comunitaria.

Se la montagna potesse parlarci, sapremmo ascoltarla?

Per silenzio e vento esplora il legame spirituale tra l'essere umano e l'ambiente montano, superando l’idea di alpinismo come conquista o gesto edonistico per tramutarsi in ascolto profondo.

Attraverso lo sguardo dello scrittore Matteo Righetto e il suo incontro con alpinisti, studiosi e persone che in montagna vivono e lavorano, il film riflette sul valore etico dell’alta quota in un’epoca di crisi ecologica e di pressione turistica. La montagna non è solo uno scenario, ma un corpo vivo che ci invita a un cambiamento radicale: riscoprire la poesia del silvaticus per ricostruire il senso di comunità.

Un percorso collettivo che muove verso una ridefinizione semantica e evocativa del termine "alpinismo" lungo la direttrice: io, montagna, noi.

Note dell'autore

Nullus loco sine genio, dicevano gli antichi Romani, i quali sapevano riconoscere la presenza di uno spirito originario in ogni luogo, e questo loro sapiente atteggiamento aveva a che fare con un particolare sentimento del sacro afferente alla poesia.

Partendo soprattutto da questo concetto si è sviluppato da tempo il mio personale “sentiero” di riflessione filosofica, esistenziale e poetica che ha poi portato alla realizzazione del film Per silenzio e vento, il cui titolo evocativo può essere inteso sia “per mezzo, attraverso” che “in favore, a sostegno” del silenzio e del vento.

In entrambi i casi mi sono inevitabilmente posto di fronte a una serie di riflessioni, dubbi, domande che riguardano l’essenza più intima della nostra relazione con la montagna in un momento storico nel quale le Alpi, e le Dolomiti in particolar modo, sono divenute oggetto di un’aggressione consumistica e superficiale causata non soltanto dal fenomeno dell’ultra-turismo, ma anche da una singolare dissacrazione edonistico-sportiva che non coglie o si rifiuta di intuire la ancestrale spiritualità di questi luoghi finendo per trasformarli fino a ridurli a un corpo morto, un non-luogo: scenari per un narcisistico e adrenalinico divertissement. La montagna, al contrario, è molto più viva di quanto l’imperante paradigma materialista ci lasci supporre.

Solvitur ambulando, si risolve camminando. E così, con passi lievi e respiri profondi, seguendo un percorso sia fisico che interiore in una sorta di piccola viandanza meditativa, ho incontrato voci e testimonianze che hanno stimolato le mie riflessioni orientate alla riscoperta di un’armonia tra noi e l’ambiente naturale, un irresistibile richiamo che si è trasformato via via in desiderio di lentezza e ritmo in nome di un nuovo umanesimo.

Ne è sorta una visione dell’Alpe integrale e sistemica, non solo da un punto di vista ecologico-naturalistico ma anche spirituale. E proprio grazie al risveglio di questa consapevolezza mi è stato possibile trovare un riscontro che da tempo avvertivo nelle corde della mia sensibilità: il silenzio antropico non è affatto silenzio ma ricchezza di voci plurime che vanno poste in salvo.

Nell’ideazione del film prima, e poi percorrendo questo “sentiero” insieme al mio compagno di viaggio Marco Zuin, ho cercato di esprimere quanto sia ancora possibile meravigliarsi del piccolo particolare che restituisce il senso dell’intera esistenza. Il risultato è stato un’esperienza di incontro, per silenzio e vento, appunto, tra animismo, sacralità e sapienza universale, poiché vi è più vita in un bosco o su una vetta solitaria che in un centro commerciale.

Alla luce di tutto ciò, la domanda di fondo, quella che ho sempre riposto con premura e attenzione nello zaino durante il mio lungo e lento peregrinare è stata: “Quale significato dobbiamo dare oggi alla parola alpinismo?”

Ebbene, in un’epoca di grandi mutamenti sociali, culturali e ambientali, credo sia arrivato il momento di restituire una nuova luce al senso e al valore più intimo di questo termine e della sua stessa messa in pratica. “Alpinismo” dovrebbe oggi esprimere e indicare fondamentalmente e semplicemente amore e impegno attivo per l’Alpe, per la montagna. In ogni forma possibile.

Al termine di questo mio viaggio infatti, dubito che oggi si possano ancora considerare alpinisti soltanto coloro i quali arrampicano contro il tempo e le pareti, scalano epicamente le vette, sfidano se stessi e gli altri, conquistano le crode. L’alpinista di oggi è anche e soprattutto chi attraversa silenziosamente i boschi sapendo ascoltare il suono del vento, chi si prende cura dei pascoli, dei boschi e dei sentieri a costo di molti sacrifici, chi risale le vallate e le cime incantandosi alla vista di un camoscio, chi contempla il mondo dalle creste dei monti senza la necessità di raggiungere una vetta. Chi, in tutto ciò, si sente chiamato a un costante impegno ecologista e civile.

Alpinista è colui che nella relazione con la montagna mette da parte il proprio ego per imparare piuttosto a mettersi in ascolto di essa, sapendo cogliere il valore, l’unicità, la spiritualità della montagna, impegnandosi a decifrarne e difenderne la fragilità, custodendone la bellezza nella direzione di un auspicabile ristabilimento degli equilibri tra umano e non umano. Con la speranza che questa nuova prospettiva possa irradiarsi di riflesso anche nella società civile.



Matteo Righetto

Note del Regista

Le storie trovano la loro forza nei contenuti, nello stile e nel modo in cui vengono narrate.

Per questo, quando ho iniziato a pensare al documentario, mi sono ripromesso di seguire un’estetica della responsabilità, che si manifesta prima di tutto nel tempo che concediamo alle immagini e in una costante ricerca di misura. Essere responsabili, come registi, significa oggi scegliere cosa mostrare e cosa non mostrare. In quota il linguaggio lascia spazio al respiro. Le inquadrature e le parole sono come il contenuto di uno zaino, devono essere essenziali senza pesare troppo.

Accostandomi al pensiero profondo di uno scrittore come Matteo Righetto, la sfida cinematografica è stata quella di far dialogare la sua visione con un linguaggio capace di offrire un’esperienza sensoriale, che non si limitasse a illustrare una tesi o a farsi resoconto di un libro.

Coerentemente con questo approccio, Matteo intraprende la sua ricerca come un ospite in ascolto, capace di abitare lo spazio e provare meraviglia. Diventa così per lo spettatore una presenza che guida senza spiegare.

Se le piattaforme digitali già offrono un catalogo infinito di visioni iperrealiste e spettacolari, riproporre la stessa estetica dell'efficacia visiva sarebbe stato uno sforzo inutile. Il cinema ha il dovere di posizionarsi altrove, offrendo un’alternativa fatta di attesa e rispetto, dove l'immagine non è consumo, ma contemplazione.

E sebbene la montagna rimanga, nella sua essenza, un’entità indifferente alle vicende umane, spetta allo sguardo che abbiamo su di lei trovare un senso in quel silenzio.

Anche l’uso dei filmati di famiglia in Super8, realizzati dal padre di Matteo negli anni ’70, dà al film una prospettiva più intima. Vedere Matteo bambino muovere i primi passi tra le vette permette di comprendere come il suo pensiero si sia formato e sedimentato negli anni. Questi momenti testimoniano le radici profonde del suo legame con le terre alte.


Abbiamo pensato Per silenzio e vento come un film che si rivolge a tutti, chiedendo a chi guarda la disponibilità a lasciarsi attraversare dal tempo della montagna. Trova nel linguaggio visivo e sonoro una propria autonomia capace di parlare direttamente ai sensi.

Vive di questo processo di sottrazione dove il ritmo delle immagini e la gestione dei vuoti diventano strumenti per restituire allo spettatore l’essenza stessa dell’ascolto.

Marco Zuin