Connessi a tutto,
scollegati dall'esperienza.

di Hervé Barmasse


Siamo sempre più connessi, ma siamo davvero presenti quando andiamo in montagna?

Hervé Barmasse riflette su come tecnologia, cambiamento climatico e nuove abitudini stiano trasformando il nostro modo di viverla.

Nell’alpinismo, tra accesso immediato alle informazioni e perdita di ascolto, emergono nuovi rischi, spesso meno visibili, che richiedono maggiore consapevolezza.

Quando ho iniziato a frequentare la montagna come Guida Alpina, non esistevano GPS, smartphone sempre connessi o informazioni a portata di clic.

Si andava in montagna affidandosi soprattutto all’esperienza, all’osservazione e all’istinto. L’unica traccia da seguire era quella suggerita dai propri sensi, e una volta lasciato il rifugio si sapeva che si sarebbe potuto contare solo su se stessi. Era una montagna meno tecnologica, silenziosa ed essenziale. Sicuramente diversa.

E non mi riferisco “solo” alla tecnologia - quella utile - che ha trasformato profondamente il nostro modo di muoverci e di pianificare, permettendoci di avere previsioni meteo più accurate, materiali più performanti e comunicazioni immediate in caso di necessità. Tutto questo è una grande fortuna.

Quando parlo di una montagna diversa, mi riferisco soprattutto all’approccio e alla mentalità.

Oggi abbiamo la possibilità di documentare e condividere ogni istante della nostra esperienza in montagna, e questo rappresenta un’opportunità preziosa. Tuttavia, a volte mi chiedo se il desiderio di conservare o raccontare un momento non finisca per sottrarre qualcosa al piacere di viverlo pienamente.

Forse la vera sfida sta nel trovare un equilibrio, senza perdere la capacità di restare immersi nell’esperienza: viverla appieno, godendo di ogni attimo senza filtri.

La montagna, la natura, ha bisogno di essere ascoltata. Solo così riusciremo davvero a entrare in simbiosi con essa.

« La montagna, la natura,
ha bisogno di essere ascoltata.
Solo così riusciremo davvero a entrare in simbiosi con essa.»

Un tempo si studiava una parete per settimane: si cercavano informazioni da chi l’aveva già percorsa, si chiedevano consigli e si attendeva il momento giusto.

Oggi, attraverso uno schermo, possiamo acquisire e accedere a tutto in anticipo: dalla traccia GPS alle condizioni aggiornate, fino alle foto della via, alle difficoltà descritte metro dopo metro, al numero dei chiodi in parete e a come sono attrezzate le soste.

È un progresso? Forse, sotto alcuni aspetti, sì. Ma ogni conquista porta con sé anche una rinuncia. E la mia impressione è che, insieme alla comodità, stiamo perdendo una parte di quell’incertezza, di quel rispetto e di quella capacità di ascolto che rendevano la montagna una vera scuola di esperienza.

Inoltre, restare “connessi” con noi stessi e con la natura è anche la chiave per ridurre i rischi e i pericoli legati ai cambiamenti climatici. Nessuno lo può più negare: negli ultimi anni la montagna, a causa della crisi climatica, sta subendo una metamorfosi repentina e, forse soprattutto in estate, ci richiede una maggiore attenzione.

L'alpinismo estivo, da sempre considerato più accessibile rispetto a quello invernale (meno neve, meno ghiaccio, temperature più miti, accessi facilitati ai rifugi), non significa meno “pericoloso” come invece eravamo abituati a consideralo sino a pochi anni fa. temporali improvvisi, scariche di sassi causate dal disgelo, affollamento sulle vie e margini di errore che si riducono rapidamente soprattutto quando, come negli ultimi anni, lo zero termico sopra quota 4000, amplifica questi fenomeni, richiedono maggior prudenza.

Hervé Barmasse

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Rinunciare non è un fallimento: è consapevolezza.
Significa ascoltare ciò che la montagna ci sta dicendo.

Per questo, a volte, ho la sensazione che non sia cambiata soltanto la montagna, ma anche il nostro modo di viverla. E che, in questo passaggio, qualcosa dell’alpinismo che ho conosciuto stia lentamente scomparendo.

Il Cervino che conosco oggi non è più quello che conosceva mio nonno. I ghiacciai arretrano, il permafrost si degrada e pareti un tempo considerate sicure anche d’estate - mio padre salì la parete Nord della Gran Becca con un cliente per la prima volta nel 1979 - diventano sempre più inaccessibili. Ogni estate assistiamo a crolli che, fino a pochi decenni fa, sarebbero stati eccezionali.

Alcuni itinerari storici non sono più frequentati, non per le difficoltà tecniche, ma perché sono diventati oggettivamente troppo pericolosi. Le regole che per generazioni hanno guidato le nostre scelte non valgono più e oggi, sempre più spesso, dobbiamo ripensare il modo di affrontare itinerari “classici”, modificare gli orari di salita e rinunciare a percorsi che per decenni erano stati considerati sicuri.

E non sto parlando di alpinismo estremo, ma di vie frequentate ogni stagione da centinaia di persone.

La montagna ci sta chiedendo un cambio di atteggiamento: più umiltà, più attenzione e, quando necessario, la capacità di ripiegare su una gita diversa o di tornare sui propri passi senza raggiungere la vetta. Rinunciare coincide con la consapevolezza dei nostri limiti e non è una sconfitta, tutt’altro: è un successo. Significa ascoltare ciò che la montagna ci suggerisce.

Se invece dovessi parlare di ciò a cui è davvero irrinunciabile — per scelta o per abitudine — allora mi concentrerei su quello che porto nel mio zaino.

Di solito parto da tutto ciò che potrebbe servirmi e poi tolgo, fino a lasciare solo l’essenziale. Ma cos’è l’essenziale? Dipende: dalla montagna, dal meteo, dalla mia forma fisica e da quanto conosco l’itinerario.

Ci sono però alcune cose a cui, per abitudine, non rinuncerei mai: un imbrago leggero ma affidabile, un piumino ultraleggero che sta in un pugno ma può salvarti la vita in caso di bivacco forzato, un guscio impermeabile — perché i temporali estivi sanno essere rapidi e violenti — e, naturalmente, il casco.

E poi ci sono anche piccoli “vizi”: il cioccolato, un thermos di tè con una goccia di vino rosso da gustare la sera, alla luce della luna e delle stelle, e un pezzo di formaggio. Durante il giorno, ben vengano barrette e integratori. Ma la sera, coccolarsi aiuta.

Montagna e coccole: chissà che non sia questo il vero mood dell’estate.

Incontra l'autore

Hervé
Barmasse

Nato e cresciuto ai piedi del Cervino, in una famiglia in cui la professione di guida alpina si tramanda da generazioni, sembrava quasi inevitabile che Hervé seguisse lo stesso percorso.

In realtà, tutto è accaduto per caso, un passo alla volta. A quindici anni era un giovane sciatore promettente, ma un grave incidente durante una gara pose bruscamente fine al suo futuro da professionista.

Fu così che, in una gelida alba di un mattino di ottobre, si ritrovò a salire il Cervino per la prima volta.

All’epoca non poteva immaginare che, proprio grazie alla montagna, avrebbe vissuto alcuni dei momenti più intensi e significativi della sua vita.

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